Come nell’arte illusionistica che opera in grande segretezza di movimenti e in perfetta dissimulazione, si crea l’apparenza di cose che non esistono, come il dispiegamento di forze maggiori rispetto alle reali, la diffusione d’informazioni false e di convinzioni sbagliate, si tranquillizza la vittima prestabilita prima della sua eliminazione a sorpresa…

Il Libro VII del Codice del Potere (Arthaśāstra) è dedicato alla strategia politica estera.
Kauṭilya, il maestro indiano di stratagemmi, mostra come l’impiego di mezzi inadeguati comprometta irrimediabilmente il raggiungimento degli obiettivi stabiliti. L’alta strategia è molto più importante dell’uso delle armi nel perseguimento della meta suprema della politica estera del Conquistatore: l’espansione.

Per Kauṭilya il metodo subdolo e proditorio è la quintessenza dell’abilità politica e della sottigliezza diplomatica: la più spregiudicata finzione copre con un velo di bonarietà l’attesa per una soluzione improvvisa e senza scrupoli. Esso ha un fascino micidiale e brilla di una luce abbagliante che eclissa ogni altro procedimento.
In correlazione con le mete da raggiungere sta il metodo da seguire, tanto più efficace quanto più è ricco di macchinazioni. Come nell’arte illusionistica che opera in grande segretezza di movimenti e in perfetta dissimulazione, si crea l’apparenza di cose che non esistono, come il dispiegamento di forze maggiori rispetto alle reali, la diffusione d’informazioni false e di convinzioni sbagliate, si finge di non vedere per non lasciarsi coinvolgere in una certa situazione, si tranquillizza la vittima prestabilita prima della sua eliminazione a sorpresa, e così via.

La sopraffazione dell’avversario è fondata sull’uso di quattro antichi stratagemmi (upāya) che sintetizzano i mezzi utili ad assicurarsi la sottomissione della volontà altrui alla propria e da impiegarsi secondo gli eventi appropriati: negoziazione o conciliazione (sāman), corruzione (dāna), seminare discordia (bheda) e violenza (daṇḍa).
I primi due sono più proficui per soggiogare re deboli, mentre gli altri due per sconfiggere re forti. E alla violenza si ricorre solo quando gli altri stratagemmi, applicati singolarmente o simultaneamente come l’ordito di fili di una trama strategica, sono falliti. Al re dunque è richiesto di saper mutare indole a seconda delle contingenze, di essere paziente come una montagna nel vento e impetuoso come il fuoco, di piegarsi come un giunco ed ergersi di scatto come una serpe, di ritirare le membra come la testuggine e balzare come il leone.

La negoziazione è la via dell’ammaliamento pacificatore attraverso parole cortesi, carezze, gentilezze, lusinghe, adulazione, modi affabili e seducenti, come quello dell’incantatore di cobra che col melodioso suono di zufolo rabbonisce il pericoloso rettile. In politica, si riferisce a strumenti come patti di non-aggressione, conversazioni preliminari su di essi, definizione delle rispettive sfere d’influenza e di sfruttamento, condivisione delle risorse.

La corruzione (che in sanscrito suona semplicemente come «dono») è l’approccio che include gli accordi per la divisione del bottino di guerra, come anche le persuasive regalie, le decorazioni, assicurarsi la collaborazione e la complicità di quelli che non è possibile soggiogare altrimenti, ecc., nei confronti dei generali, dei ministri e degli agenti segreti del vicino.

Il seminar discordia è la tecnica del divide et impera, dello spargere zizzania in campo nemico, del disgregare corporazioni nel modo più efficace (come si leggerà diffusamente nel Libro XI), l’azione di disturbo, il tradimento, la slealtà soprattutto laddove il nemico è più forte o, se si è stretti tra due nemici potenti, mostrarsi ora amico dell’uno ora dell’altro.

La violenza è l’uso della forza in qualsivoglia sua declinazione, che sia l’assalto aperto al nemico riluttante alla negoziazione, o il castigo subdolamente giustificato come punizione d’un atteggiamento minaccioso o d’un insulto quale, per esempio, il fatto che una vittima designata s’armi o stringa alleanza con qualche potente vicino.
L’attacco non è mai un’aggressione spudorata; per aver il sostegno della popolazione, educata da filosofie del dovere etico, il Conquistatore ha la necessità d’indossare una maschera di probità morale, di rettitudine religiosa o d’indignazione civile.

◼︎ tratto da: Gianluca Magi (a cura di), Il Codice del Potere (Arthaśāstra). L’arte della guerra e della strategia indiana, Lindau 2022, pp. 171-73.

[Fine prima parte. Segue nel prossimo articolo di “Incognita Quotidiana”]

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