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Quando all’“opinione diversa” viene data legittimità di esistenza al solo scopo di produrre relativismo euristico con sempre nuovi triviali sillogismi.

Questa non è un’opinione:
«Non possiamo fare portare il peso dei disagi a chi ha avuto il senso civico di vaccinarsi» – Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron

Il convincimento soggettivo sulle congetture, sugli indizi e le apparenze probabili, su preposizioni sostenute come vere in taluni casi, delle quali s’impedisce di dimostrarne la falsità e che perciò si presumono vere in ogni caso, non induce a condividerne il convincimento soggettivo come opinione propria, ma induce a qualcosa d’altro.

Il verbo “opinare” ha la stessa radice di “optare”, quindi scegliere, de-siderare.

Potremmo scomodare una certa sofistica per scardinare elegantemente tutti i giudizi accettati dal senso comune attorno all’abuso del termine “opinione” che si fa nella logomachia. La logomachia onnipresente, che irretisce.  
Meglio accennare ad un nobile paradosso per indicare le cose per mezzo dei nomi: il celeberrimo  «Cavallo bianco non è un cavallo» di Gongsun Long con il quale Zhuangzi si faceva gioco dei fermi sostenitori del discorso e si divertiva a mettere in ridicolo il paradosso stesso (1).

Il sofisma, genitore – 1 o 2? – del concetto di cultura, è trasversale ad ogni epoca e va da sé che quando anche il mito e la poesia non sono affiancati da una più personale e razionale ricerca di sapienza, della qualità tecnica e specialistica resta solo un’assurda riduzione.
Così nell’era della neolingua e degli slogan, anche questo tipo di tecnica e di specializzazione è paragonabile alle merci malfatte, di bassa qualità, a basso costo ed usa e getta. Addirittura se ne riscontrano tracce nei protocolli sanitari.

Rispetto alla dichiarazione di Macron, collaborazionisti dal corpo invaso dal siero in circolo compartecipano alla logomachia sulla base di una forma di comprensione appiattita da pseudo-sillogismi non dimostrabili.
 «È quello che posso capire e argomentare in questo momento, dunque deve essere così», suggerisce loro una voce gracchiante fuori campo.
Per i collaborazionisti la logomachia è un dovere social da assolvere con senso civico per un modello di società scelto da non si sa bene chi, in nome di un concetto vago e approssimativo di progresso.
Di tale modello di società non si può essere intimamente persuasi.
Con tale modello di società si possono solo letteralmente “mettere le mani addosso”, acchiappare qualcuno o qualcosa.
In logomachia alla “opinione diversa” viene data legittimità di esistenza al solo scopo di produrre relativismo euristico con sempre nuovi triviali sillogismi.

È, ipso facto, una scelta in direzione contraria alla Via (Tao), al destino umano, alla spontaneità dell’esistenza ed ai suoi cicli di trasformazione.
Pertanto no, non sono le opinioni ad essere presenti tutte allo stesso livello sul campo di battaglia al massacro delle parole.
In campo troviamo desiderio, volontà e destino, ovvero: i diversi livelli di coscienza dei tre.

(1) Personaggio emblematico della Scuola della Logica, IV sec. a. C., Gongsun Long è il logico più autorevole della Cina antica.
Sul paradosso «Cavallo bianco non è un cavallo» rimando al dialogo in didascalia a p.143 del capitolo: “Scuola della logica. Le acrobazie sofistiche dei logonauti” in: Gianluca Magi, Sanjiao. I tre pilastri della sapienza: https://amzn.to/3vEV4DB

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