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L’oppressore ha bisogno di uomini tristi per mantenere il potere. Ma gli uomini tristi hanno bisogno di un oppressore per giustificare la loro tristezza. Ecco l’analisi psicopolitica della tirannia scritta da Étienne de La Boétie (Sarlat, 1º novembre 1530 – Germignan, 18 agosto 1563).

All’alba del pensiero politico moderno, erompe il pamphlet segreto di ogni libertario. Penetrante critica del dominio e degli schiavi del potere. È il Discorso sulla servitù volontaria.
Trenta pagine che pongono la domanda che inquieta e travaglia la stessa forma politica odierna: come possono gli uomini combattere per la propria servitù come se si trattasse della propria libertà?
Su quale forza oscura si regge il tradimento di se stessi?
Acida sostanza della servitù volontaria.
Di quale materia sono costituiti i desideri e i sogni che fanno registrare il più alto tasso di consenso all’oppressore?
Come decifrare la dinamica psicologica collettiva più enigmatica?: la paura della libertà e l’ansia della dipendenza?
L’asservimento infatti si regge sul materiale più diffuso nelle nostre società: la complicità seriale delle vittime: esseri umani che amano le proprie catene più di se stessi.

L’ombra del Discorso sulla servitù volontaria si allunga sino ad oggi nel denunciare l’impianto di assoggettamento delle moderne democrazie: un governo di pochi al quale, senza costrizioni o violenze e per libera scelta, il popolo consegna la sua libertà originaria.
Com’è possibile tutto ciò?
Che messaggio in bottiglia ci affida questo capolavoro clandestino?

Queste 30 pagine, scritte da un ventenne alla metà del Cinquecento, Étienne de La Boétie, circolarono clandestinamente fino al 1576, anno della loro pubblicazione postuma, con il titolo di Contr’uno; 13 anni dopo la prematura scomparsa di questo enfant prodige. Che all’età di 33 anni spirò tra le braccia del grande amico Michel de Montaigne, che lo definì «il più grande uomo del suo tempo» tanto che scrisse i suoi Saggi come fuoco prospettico del «quadro ricco, rifinito e composto, del discorso chiamato La servitù volontaria».

Chi fu dunque «il più grande uomo del suo tempo»?
Étienne de La Boétie fu scrittore, filosofo, uomo politico che si avvicinò agli studi umanistici leggendo e traducendo opere di Plutarco e Senofonte. Si laureò in Giurisprudenza all’Università di Orléans; e durante gli anni universitari scrisse il Discorso sulla servitù volontaria.
A soli 23 anni, ammesso al Parlamento di Bordeaux, improntò la sua attività politica alla difesa della tolleranza religiosa e alla salvaguardia della libertà di coscienza individuale. Questa missione per cui cattolici e protestanti potessero convivere, risulta di valore doppiamente potente, perché fu affermata in un periodo francese in cui infuriavano guerre di religione tra cattolici e ugonotti che culminò, nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1572, nel peggiore dei massacri religiosi del secolo: la notte della strage di san Bartolomeo, in cui l’eccidio dei protestanti, comprese donne e bambini, si propagò per diverse settimane come un incendio boschivo, da Parigi ad altri centri urbani e campagne francesi.
Bagno di sangue che La Boétie non vide, perché cessò di vivere nell’agosto del 1563.

Quello che a distanza di oltre 450 anni anni ci fa ancora risuonare come diapason è la sorprendente carica libertaria di questo giovane uomo contro la tirannia, indipendentemente dalle forme storiche che la tirannia assume, anche nel nostro tempo, tempo che ha conosciuto il tragico rovesciarsi delle lotte contro l’oppressione in una nuova forma di totalitarismo finanziario che sperimenta sempre nuovi tentativi totalitari che non ambiscono di controllare a distanza le dinamiche sociali, bensì precisamente di codificarle, ridefinirle, disciplinarle.

[Fine prima parte. Segue domani, nel prossimo articolo di “Incognita Quotidiana”]

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