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A mio figlio Cristoforo, da bambino, dicevo: «Sei libero nelle tue azioni, ma non dalle conseguenze delle tue azioni». Era il mio modo per trasmettergli il “principio di responsabilità”, sottile e grossolano. Anche in senso karmico.

Karman” è un termine sanscrito il cui significato letterale è quello di «azione» ma dall’ampia varietà di significati in base al contesto filosofico in cui è inserito.
Il karman, pilastro di tutto il pensiero e la spiritualità fioriti in India, è l’intuizione del principio a cui soggiace la realtà e che regola i rapporti che passano tra l’azione, il sentimento, la parola e il pensiero prodotti dall’uomo che, per un tramite che appartiene alla sfera dell’«invisibile» (adṛṣṭa), fruttifica in un evento a cui l’uomo stesso soggiace, essendone il responsabile.

La concezione indiana di rinascita si fonda su precisi presupposti metafisici che implicano un’ipotesi di sovratemporalità dell’essere (ātman), che, al momento della morte, non segue il destino entropico che conduce il corpo a una progressiva degradazione, ma trapassa da una forma di vita all’altra in modo progressivo o regressivo.

In questo modello dell’universo, il sé individuale dell’uomo (ātman), riflesso del Sé universale (brahman), è come il filo che tiene insieme una collana di perle, che si conserva attraverso tutta la serie delle vite.
L’idea di un divenire ciclico (saṃsāra) fatto di nascite e morti in successione si fonda sul fatto per cui ogni azione (karman) compiuta durante l’esistenza – azione che può essere di natura fisica, mentale o linguistica (anche solo intenzionale) – deposita nell’uomo i propri semi che maturano non solo nella vita in cui le varie opere sono state compiute, ma anche in quelle successive come tracce mnesiche karmiche (vāsanā), memorie inconsce delle vite passate, facendolo rinascere nei gradi più alti o più bassi nella gerarchia degli esseri viventi.

Le tracce mnesiche karmiche sono impressioni di qualunque cosa resti nella mente in forma inconscia, la coscienza presente di percezioni passate (fantasia, immaginazione, idea, nozione, falsa nozione, errore); una sorta di brama, di fame rimasta inappagata nella vita presente spinge oltre la barriera della morte in una nuova rinascita.
L’eccessivo attaccamento alle cose del mondo, l’incapacità di lasciare le cose incompiute e i torti invendicati, la riluttanza al distacco sospingono alla rinascita.

Il karman è dunque strettamente legato alla illusione: è ciò che ci spinge a sbagliare, che rende incapaci di vedere al di là dell’inganno del mondo.
Così un altro individuo si forma, ma non è né lo stesso di prima, né diverso da prima, non è la stessa cosa, ma non è nemmeno distaccato; è come quando da una candela accesa se n’avvicina un’altra e si accende un’altra fiamma: la fiamma della seconda candela non è la fiamma della prima, ma ne dipende.

Questo scorrere incessante di cicli di vita, morte e rinascita, dove l’individuo a ogni giro muta corpo e personalità come se gettasse abiti consunti per indossarne di nuovi, illumina la grande responsabilità dell’uomo in tutte le sue azioni (non soltanto per la vita particolare ma anche per quelle seguenti). Questa continuazione karmica è sentita nel pensiero indiano tradizionale come un circuito senza fine che non porta a nulla, in cui il sigillo della sofferenza vi s’imprime in modo incisivo e dal quale si aspira a svincolarsi.
La metafora del bove dagli occhi bendati che gira in tondo tutto il dì per azionare un argano che cava acqua da un pozzo ritrovandosi al crepuscolo a punto daccapo ne rende plasticamente l’idea.

Nello spirito della tradizione, la dottrina del karman non è deterministica, ma sottolinea come le azioni determinino il modo della rinascita, ma non le azioni future; il karman presenta solo la situazione, non la risposta alla situazione.
Per tale ragione il concetto di karman si è legato a quell’idea, diffusasi in India già da tempi molto antichi, per cui l’universo (fisico, psichico e spirituale) è retto da un principio basilare, fondamento della virtù, dell’etica e della vera natura dell’individuo.
In tal senso, l’individuo seguendo fedelmente il «proprio dharma» (svadharma) – autentico elemento connaturato che lo legittima a rivestire una certa posizione nel mondo e ad avere una determinata natura fisica, psichica e spirituale – può emanciparsi dal divenire delle rinascite (saṃsāra).

Questa possibilità di svincolarsi dal ciclo delle rinascite è ciò che tradizionalmente si chiama Liberazione (mokṣa) dall’incantesimo dell’Illusione (māyā).

– Estratti da:
• Gianluca Magi, “Karman”, lemma in: “Enciclopedia filosofica”, vol. VI, pp. 6011-2, Bompiani, 2006.
• Gianluca Magi, Uscite dal sogno della veglia, Edizione privata per Bibliofili, illustrata a colori (esacromia), numerata a mano e firmata dall’autore, 2008, pp. 19-20.

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