Un vademecum il cui fine è “impedire che il sogno della vita diventi un incubo indigesto”.
Un’ars vivendi rivolta a chi, intravedendo oltre al velo dell’ignoranza una verità più pura, decide di procedere nell’investigazione dell’esistenza senza arrendersi alla banalità del giornaliero.

Il passo pesante dell’esercito delle guardie rosse ha schiacciato il patrimonio culturale tibetano, calpestando spesso non strutture ideologiche feudatarie e solo all’apparenza liberatorie, ma perle di saggezza e insegnamenti profondissimi.
La vita è uno stato mentale. Ovvero la conta dei frutti delle azioni nel mondo evanescente secondo l’insegnamento di Phalu il Kashmiro è stata una di queste vittime eccellenti, per fortuna nostra solo temporaneamente.
Di che si tratta? Il piccolo libro tradotto dal tibetano e curato da Gianluca Magi (orientalista, studioso di religioni e filosofo 1) rappresenta l’abbraccio tra la cultura sufi e il buddhismo tibetano, in un periodo in cui le religioni erano ispirate al dialogo. Il titolo completo indica il centro da cui l’insegnamento si dirama, ovvero l’illusorietà che attanaglia la nostra esistenza, e quindi l’assurdità di lasciare che la stessa non venga affidata a un viver bene, ma sia preda di rancori e frustrazioni: schiacciati dalla frenesia quotidiana. La saggezza orientale contenuta in questo testo raccomanda invece un atteggiamento più distaccato, attento ai ritmi della natura, in grado di affrancare l’anima umana dall’orrore dell’inautentico (tema che sarebbe stato caro a Heidegger), per giungere a una saggezza pratica ben lontana da certe “pompose cattedrali” teologiche di moda in Occidente.
Il lettore ha fra le mani un vademecum il cui fine è “impedire che il sogno della vita diventi un incubo indigesto” (p.10). Un’ars vivendi rivolta a tutti coloro i quali, intravedendo oltre al velo dell’ignoranza una verità più pura, decidono di procedere nell’investigazione dell’esistenza senza arrendersi alla banalità del giornaliero.

Fondamentale è spezzare la catena del karma, il ciclo di rinascite, e per ottenere questo risultato è necessaria una etica concreta, non astratta, la quale per esempio ci ricorda che “avere a cuore i propri simili è la reale quintessenza di ogni saggezza”, oppure “se tutto ciò che si desidera è in funzione esclusiva del soddisfacimento di sé stessi, allora non c’è niente di meglio che darsi ai bagordi di birra e bevande inebrianti di ogni sorta” (p.19). Come si può intuire, questo vademecum è ben lontano da disquisizioni filosofiche iperuraniche, ma affonda nella terrestrità, nella vita di ogni giorno, offrendo consigli che ricordano una certa moralistica moderna, come La Rochefoucauld, ma anche gli antichi detti di Marco Aurelio o Epitteto. Si tratta di una “filosofia”, per citare Pierre Hadot, praticata come esercizio spirituale, ma la cui essenza più prossima è rinvenibile nell’opera di Saʿdī, sufi di Shiraz, ovvero il Giardino (Būstan) e il Roseto (Gulistān), testi redatti intorno al 1200. Il trattato del buon vivere tibetano dunque pare discendervi direttamente, sia per il tono colloquiale, sia per precisi riferimenti intertestuali. Vissuti fino agli anni ’50 in pace, tibetani e islamici si videro poi separati, rompendo quel loro connubio.

Ma chi è invece Phalu il Kashmiro? In realtà di lui si sa poco, e le ricostruzioni, che l’autore insegue nel testo ci aiutano a capire, proprio come l’analisi stilistica su quest’ultimo, che in fondo è più rilevante pensare al lettore, perché al di là di tutto, l’obiettivo dell’operetta è lui, e l’oblio di certe notizie poco importa: l’importante è seguire quell’invito al viaggio” che apre il trattatello, e immergersi in una saggezza davvero profonda, limpida, concreta, visto che: «[7] in fondo, a ben guardare, in questa vita non esiste nulla di eterno e sicuro. Dunque, in un mondo estremamente mutevole, chi mai potrà dire di possedere la verità?» (p. 49).

Da questa certezza condivisa si parte per offrire consigli su come vivere al meglio le relazioni sociali, battere gli avversari, sulla gratitudine, sulla educazione, sulla natura umana ecc. La radice essenziale dell’opera è certamente la liberazione dall’incantesimo che ci circonda ma anche, visto che vi siamo immersi, a viverlo nel migliore dei modi, per esempio:

«[4] svolgere bene il proprio lavoro, per quanto umile, figlio mio, è un modo di presupporsi sul sentiero della liberazione e per andarsene da questo mondo lasciandosi alle spalle una scia di buone parole» (p. 74).

Questi i consigli di Phalu il Kashmiro, che ci auguriamo vengano ascoltati secondo il suo avviso, «come i colori sfavillanti del pavone e i meravigliosi gorgheggi del cuculo, possano irradiarsi e pervadere in tutte le direzioni» (p. 101).

———
Note:

1) Gianluca Magi, autore di 36 stratagemmi, Bur, 2019, con presentazione di Franco Battiato, con cui ha pubblicato, sempre per Piano B, Lo stato intermedio, nel 2021. Autore di numerose opere, è anche fondatore di Incognita, Advance Creativity, centro transdisciplinare (https://incognita.online/).

[Originariamente pubblicato su Ibridamenti]

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Un vademecum il cui fine è “impedire che il sogno della vita diventi un incubo indigesto”.
Un’ars vivendi rivolta a chi, intravedendo oltre al velo dell’ignoranza una verità più pura, decide di procedere nell’investigazione dell’esistenza senza arrendersi alla banalità del giornaliero.

Il passo pesante dell’esercito delle guardie rosse ha schiacciato il patrimonio culturale tibetano, calpestando spesso non strutture ideologiche feudatarie e solo all’apparenza liberatorie, ma perle di saggezza e insegnamenti profondissimi.
La vita è uno stato mentale. Ovvero la conta dei frutti delle azioni nel mondo evanescente secondo l’insegnamento di Phalu il Kashmiro è stata una di queste vittime eccellenti, per fortuna nostra solo temporaneamente.
Di che si tratta? Il piccolo libro tradotto dal tibetano e curato da Gianluca Magi (orientalista, studioso di religioni e filosofo 1) rappresenta l’abbraccio tra la cultura sufi e il buddhismo tibetano, in un periodo in cui le religioni erano ispirate al dialogo. Il titolo completo indica il centro da cui l’insegnamento si dirama, ovvero l’illusorietà che attanaglia la nostra esistenza, e quindi l’assurdità di lasciare che la stessa non venga affidata a un viver bene, ma sia preda di rancori e frustrazioni: schiacciati dalla frenesia quotidiana. La saggezza orientale contenuta in questo testo raccomanda invece un atteggiamento più distaccato, attento ai ritmi della natura, in grado di affrancare l’anima umana dall’orrore dell’inautentico (tema che sarebbe stato caro a Heidegger), per giungere a una saggezza pratica ben lontana da certe “pompose cattedrali” teologiche di moda in Occidente.
Il lettore ha fra le mani un vademecum il cui fine è “impedire che il sogno della vita diventi un incubo indigesto” (p.10). Un’ars vivendi rivolta a tutti coloro i quali, intravedendo oltre al velo dell’ignoranza una verità più pura, decidono di procedere nell’investigazione dell’esistenza senza arrendersi alla banalità del giornaliero.

Fondamentale è spezzare la catena del karma, il ciclo di rinascite, e per ottenere questo risultato è necessaria una etica concreta, non astratta, la quale per esempio ci ricorda che “avere a cuore i propri simili è la reale quintessenza di ogni saggezza”, oppure “se tutto ciò che si desidera è in funzione esclusiva del soddisfacimento di sé stessi, allora non c’è niente di meglio che darsi ai bagordi di birra e bevande inebrianti di ogni sorta” (p.19). Come si può intuire, questo vademecum è ben lontano da disquisizioni filosofiche iperuraniche, ma affonda nella terrestrità, nella vita di ogni giorno, offrendo consigli che ricordano una certa moralistica moderna, come La Rochefoucauld, ma anche gli antichi detti di Marco Aurelio o Epitteto. Si tratta di una “filosofia”, per citare Pierre Hadot, praticata come esercizio spirituale, ma la cui essenza più prossima è rinvenibile nell’opera di Saʿdī, sufi di Shiraz, ovvero il Giardino (Būstan) e il Roseto (Gulistān), testi redatti intorno al 1200. Il trattato del buon vivere tibetano dunque pare discendervi direttamente, sia per il tono colloquiale, sia per precisi riferimenti intertestuali. Vissuti fino agli anni ’50 in pace, tibetani e islamici si videro poi separati, rompendo quel loro connubio.

Ma chi è invece Phalu il Kashmiro? In realtà di lui si sa poco, e le ricostruzioni, che l’autore insegue nel testo ci aiutano a capire, proprio come l’analisi stilistica su quest’ultimo, che in fondo è più rilevante pensare al lettore, perché al di là di tutto, l’obiettivo dell’operetta è lui, e l’oblio di certe notizie poco importa: l’importante è seguire quell’invito al viaggio” che apre il trattatello, e immergersi in una saggezza davvero profonda, limpida, concreta, visto che: «[7] in fondo, a ben guardare, in questa vita non esiste nulla di eterno e sicuro. Dunque, in un mondo estremamente mutevole, chi mai potrà dire di possedere la verità?» (p. 49).

Da questa certezza condivisa si parte per offrire consigli su come vivere al meglio le relazioni sociali, battere gli avversari, sulla gratitudine, sulla educazione, sulla natura umana ecc. La radice essenziale dell’opera è certamente la liberazione dall’incantesimo che ci circonda ma anche, visto che vi siamo immersi, a viverlo nel migliore dei modi, per esempio:

«[4] svolgere bene il proprio lavoro, per quanto umile, figlio mio, è un modo di presupporsi sul sentiero della liberazione e per andarsene da questo mondo lasciandosi alle spalle una scia di buone parole» (p. 74).

Questi i consigli di Phalu il Kashmiro, che ci auguriamo vengano ascoltati secondo il suo avviso, «come i colori sfavillanti del pavone e i meravigliosi gorgheggi del cuculo, possano irradiarsi e pervadere in tutte le direzioni» (p. 101).

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Note:

1) Gianluca Magi, autore di 36 stratagemmi, Bur, 2019, con presentazione di Franco Battiato, con cui ha pubblicato, sempre per Piano B, Lo stato intermedio, nel 2021. Autore di numerose opere, è anche fondatore di Incognita, Advance Creativity, centro transdisciplinare (https://incognita.online/).

[Originariamente pubblicato su Ibridamenti]

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