L’esperimento psicologico di Stanley Milgram ci fa comprendere che occorre un’educazione affrancatrice per liberarsi dalla sottomissione. Per risvegliare quella coscienza attiva che obbedisce al capo che si ha sul collo delle proprie spalle. E non a quello altrui.

Tre mesi dopo l’inizio del processo a Gerusalemme contro il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann, incarnazione della «banalità del Male» secondo la celebre definizione di Hannah Arendt, prende avvio l’esperimento psicosociologico di Stanley Milgram. È l’esperimento sull’obbedienza all’autorità, il lato oscuro dell’animo umano.

È una delle ricerche più significative, dal punto di vista morale, della psicologia moderna, i cui risultati oltremodo sorprendenti scatenarono proteste pubbliche e continuano ancora oggi a turbare le coscienze.

La riflessione di Milgram prende avvio dal fatto che durante il nazismo, in nome dell’obbedienza, persone comuni si resero complici ed esecutori di efferatezze che mai la storia del mondo aveva visto compiersi su così larga scala.
È possibile che Eichmann e i suoi milioni di complici stessero semplicemente eseguendo degli ordini?

Questa è la domanda a cui cerca di rispondere l’esperimento di Milgram, cominciato nel 1961 e concluso nel 1963 al Dipartimento di Psicologia dell’Università di Yale.
È l’inizio di una ricerca che vedrà la partecipazione di più di mille soggetti – maschi e femmine, in pieno possesso delle facoltà mentali, normali sotto ogni punto di vista e appartenenti a diverse classi sociali – e che sarà ripresa anche da altre università.

Sul giornale cittadino di New Heaven compare questo annuncio: «Vi pagheremo 4 dollari per un’ora del vostro tempo. Si cercano persone per uno studio sulla memoria».
Col pretesto di prender parte a uno studio su «Memoria e apprendimento», viene inscenato un esperimento fittizio: due persone vengono invitate al laboratorio di psicologia. A una è assegnato il ruolo di “insegnante”, all’altra quello di “allievo”. Lo sperimentatore che dirige il test spiega che si tratta di uno studio sugli effetti delle punizioni sull’apprendimento. Le punizioni saranno delle scosse elettriche. L’“allievo” viene quindi condotto in una stanza e fatto sedere con le mani legate, per evitare movimenti pericolosi durante le scosse, mentre su un polso gli si applica un elettrodo. Il suo compito consiste nell’apprendere una serie di associazioni verbali.

L’“allievo” è, in realtà, un attore, complice dello sperimentatore. Il vero soggetto dell’esperimento è infatti l’“insegnante”, il quale dopo aver osservato l’allievo legato al suo posto, viene condotto in un’altra stanza e fatto sedere di fronte a un imponente generatore di corrente, con 30 pulsanti di possibili voltaggi, in un range d’intensità da 15 a 450 volt. Ciascun pulsante è corredato di etichette che indicano la sequenza da «scossa leggera» sino a «scossa pericolosa».

L’insegnante ha il compito di sottoporre l’allievo al test della memoria di parole: quando quest’ultimo risponde correttamente, la regola impone che si passi alla serie di parole successiva, mentre, quando sbaglia, che venga somministrata una scossa elettrica di intensità crescente, partendo dal livello più basso e proseguendo necessariamente in crescendo.
Nel ruolo di complice dello sperimentatore, il falso allievo non subisce alcuna sevizia, ma l’insegnante è convinto di procurargli una sofferenza reale.

Fino a che punto gli esseri umani, invitati a compiere una serie di azioni in conflitto sempre più evidente con le loro coscienze, accetteranno di obbedire agli ordini dello sperimentatore? E quando o come si ribelleranno? Fino a che punto l’insegnante accetterà di esercitare violenza su un altro essere umano inerme che manifesta la volontà di difendersi e d’interrompere il test?

Durante l’esperimento il conflitto tra coscienza etica e ordini ricevuti insorge quando l’allievo comincia a dare i primi segni di malessere nel ricevere la scossa elettrica a 75 volt. A 120 volt il lamento si trasforma in invettiva verbale. A 150 giunge la richiesta di interrompere l’esperimento. Le proteste diventano via via sempre più vibranti, per diventare suppliche commoventi e a trasformarsi in urla disperate: «Tiratemi fuori di qui!» e strazianti rantoli raggiunti i 330 volt. Dopo i 345 volt si sente un tonfo nella stanza della vittima. Da quel momento, l’allievo non fornisce più alcuna risposta alle domande dell’insegnante.

Come si comportano gli “insegnanti”, completamente ignari della messinscena?

I risultati lasciano sorpresi e sbigottiti. Nessuno se li sarebbe attesi. Pur manifestando palesi riluttanze, tensioni, proteste energiche davanti alla chiara percezione della sofferenza inflitta – sudorazione da forte stress emotivo, tremore, balbettio, agitazione motoria, risa nervose – che li spingerebbe a interrompere l’esperimento, circa il 65% dei soggetti sperimentali continuano a punire l’allievo sino all’ultimo pulsante!

I lamenti e le implorazioni della vittima non sono sufficienti per farli desistere dall’eseguire gli ordini ricevuti dal ricercatore, un’autorità legittima che, seguendo lo schema predisposto da Milgram per l’esperimento, ingiunge a proseguire senza esitazioni: «Per favore, proceda»; «L’esperimento richiede che lei proceda»; «È assolutamente necessario che lei proceda»; «Non ha scelte, deve procedere».

Non vi è da parte dello sperimentatore alcuna coercizione fisica, bensì solo un ordine a non desistere e a obbedire. A cui segue una docile sottomissione all’autorità dell’“insegnante”.

La scoperta principale dello studio di Milgram è la volontà esasperata, da parte di persone adulte e ordinarie, di giungere sino all’estremo grado di obbedienza all’autorità. Spesso ciò che determina il modo di agire di un essere umano non è tanto il tipo di persona né gli elementi di alto livello di giudizio morale, quanto piuttosto il tipo di situazione in cui si trova a vivere ed è sottoposto. Gli “insegnanti” sentono delle responsabilità verso l’autorità, ma non si sentono responsabili del contenuto delle azioni prescritte dall’autorità. La moralità non scompare, ma assume caratteristiche completamente diverse: la persona subordinata prova vergogna o orgoglio in base a come svolge i compiti assegnatigli dall’autorità.
Come mette in luce Hannah Arendt ne La banalità del male, al contrario dell’opinione pubblica che voleva vedere nelle atrocità compiute da Eichmann l’espressione di un mostro inumano dal carattere sadico e perverso, in realtà si trattava del lavoro dietro una scrivania di un gelido burocrate senza idee dotato di scarsa immaginazione di cosa stesse facendo: un banale inconsapevole ingranaggio della macchina totalitaria. Constatazione che costò alla Arendt accuse e calunnie, simili a quelle che subì Milgram da parte dell’opinione pubblica scioccata dal suo esperimento.

Al contrario, i soggetti sperimentali – “insegnanti” e “allievi” – che s’incontravano al termine della procedura si congedavano in un clima sereno: i partecipanti non si sentivano ingannati o denigrati in nessun modo dall’esperimento; anzi, in diversi casi si sono sentiti stimolati riguardo le risorse necessarie per opporsi e ribellarsi a un’autorità esterna nociva e tossica.

I risultati dell’esperimento sull’obbedienza di Milgram sono un prezioso insegnamento: nelle concrete situazioni sociali possono agire costrizioni e vincoli che riescono a calpestare il nostro senso morale e di giustizia più di quanto, in modo rassicurante, saremmo portati a credere. La responsabilità delle azioni disumane, spetta all’uomo e non al “diavolo”. Occorre un’educazione affrancatrice per liberarsi dalla sottomissione, per risvegliare quella coscienza attiva che obbedisce al capo che si ha sul collo delle proprie spalle. E non a quello altrui.

◼︎ tratto da: Gianluca Magi, Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura, prefazione J.-P. Fitoussi, Piano B, 2021, pp. 123-27.
[Libro censurato da maggio a dicembre 2020]

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Comments

  1. E se la cieca ubbidienza all’autorità derivasse proprio dal porre una parte come superiore a tutto il resto? Già la parola capo fa scivolare in un interpretazione per cui qualcuno dall’alto comanda e sotto , il resto, ubbidisce. Da spinoziana impenitente non intendo la testa in modo differente dal resto del corpo…siamo sempre in qualcosa di esteso. Altro discorso è invece la mente e il pensiero, ma questa non è la testa. Penso all’intelligenza delle piante che pur non avendo né capo né coda rendono questo pianeta vivibile da 500 milioni di anni. Pensare al capo come migliore, rende tutto il resto peggiore, che sia il proprio o quello altrui. Che sia dio sugli uomini o gli uomini sulla natura il gioco mi pare lo stesso, un modello gerarchico in cui bisogna costantemente guardarsi alle spalle. Penso a giordano Bruno o a Campanella per cui un verme aveva la stessa dignità del sole, o a Mancuso che prendendo spunto proprio dal discorso della Arendt e dall’esperimento di Milgram, vede la Shoah come una tipica espressione dell’organizzazione burocrtico-centralizzata e propone come soluzione il rivoluzionario modello vegetale o ai nostri circoli del gioco dell’eroe in cui tutti ci colleghiamo ad uno stato in cui ogni visione viene accolta anche quelle taciute o dimenticate.Grazie

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