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L’articolo di IQ di ieri si chiudeva chiedendoci:
c’è un elemento comune tra il sogno e la veglia? Tra la vita e la morte?

Nel capitolo XVIII del libro Zhuangzi troviamo, a risposta, un toccante episodio biografico:

Quando la moglie di Zhuangzi morì, Hui Shi andò a porgergli le condoglianze.
Zhuangzi sedeva a terra a gambe divaricate, cantando e battendo il tempo su una bacinella.
“Quando si è vissuti con una donna, allevando dei figli e invecchiando insieme, è già il colmo non piangerne la morte”, disse Hui Shi, “Ma cantare, battendo il tempo su una bacinella, non è davvero oltre ogni limite?”.
“Non è così”, rispose Zhuangzi, “Pensi forse che, in un primo tempo, io non abbia pianto la sua scomparsa? Ma poi sono risalito alla sua origine, fino al momento in cui non vi era la vita. Non solo non c’era vita, ma in origine non vi era nemmeno la forma. Non solo non c’era forma, ma in origine non vi era nemmeno il qi 氣[cioè l’energia vitale universale]. Nel rimescolamento dell’amorfo [cioè in uno stato intermedio fluttuante tra l’esistenza e la non-esistenza], avviene la trasformazione e il qi esiste. Quando il qi si trasforma, esiste la forma. Quando la forma si trasforma, si ha la vita. Ora, a seguito di un’ulteriore trasformazione, è giunta la morte. È come il susseguirsi delle quattro stagioni: primavera e autunno, inverno ed estate. Ora lei si è spenta e dorme nella Casa dell’universo. Così, se io continuassi a singhiozzare profondamente, mi riterrei qualcuno che non ha compreso il decreto celeste [cioè il destino]. Per questo ho smesso di piangere”.
[Traduzione dal cinese classico mia]

Zhuangzi ritrova l’elemento comune tra la vita e la morte, il sogno e la veglia nel qi 氣, in questa energia non tangibile, invisibile (ma non i suoi effetti) che agglomerandosi plasma l’individuo e non va sprecata, poiché resta nel mondo.
Il qi troverà poi la possibilità di aggregarsi in un nuovo essere, sia esso umano oppure una qualsiasi altra forma di vita organica o meno. 

Nel Zhuangzi la morte non è la reincarnazione (pensiero che non si ritrova in Cina sino alla sua introduzione grazie al Buddhismo), ma è l’incessante trasformazione delle creature dell’universo, dello spazio/tempo (l’espressione che designa l’universo è yuzhou 宇宙, “spazio/tempo”, “dimora del tempo infinito”). 

L’atteggiamento del maestro taoista verso la morte della moglie non è l’imperturbabilità di chi ha relativizzato la morte, ma è quello di chi ha compreso, dopo un primo momento in cui ha dato libero sfogo al proprio estremo dolore, che non c’è una perdita definitiva: 

le creature non perdono niente con la morte, e non guadagnano nemmeno nulla con la vita.
La vita e la morte sono le facce di una stessa moneta: l’esistenza.

Come insegna l’alternanza/compresenza yin/yang, quando un processo raggiunge il suo culmine si ribalta nel suo opposto. Così per il dolore di Zhuangzi: il vertice della disperazione si è convertito in canto.

Ciò che per il bruco è la fine del mondo, per il resto del mondo è una farfalla.

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