Un ritratto attraverso gli occhi di Cristina Campo.

Nato a Berlino nel 1896 in una famiglia ebrea ortodossa e laureato in Medicina, coltissimo, impregnato di spiritualità chassidica e orientale, Ernst Bernard si rifugia in Italia nel 1936, per sfuggire alle persecuzioni naziste.
Attraversa indenne la guerra grazie all’interessamento del celebre archeologo e orientalista Giuseppe Tucci [il maestro del mio maestro romano di filosofie orientali a Urbino], il quale lo fa uscire dal campo di internamento fascista di Ferramonti in Calabria nel quale era rinchiuso in quanto ebreo straniero.
Nel dopoguerra torna a Roma, dove esercita come psicoanalista fino alla morte, avvenuta nel 1965.

Durante quegli porta in Italia il pensiero di Carl Gustav Jung divenendone promotore ad ampio raggio, anche fondando, nel 1961, L’Associazione Italiana per lo Studio della Psicologia Analitica (A.I.P.A).

Nello studio di Bernhard di via Gregoriana passa un’intera generazione di pensatori e artisti italiani, da Roberto Bazlen a Federico Fellini, da Bernardo Bertolucci a Giorgio Manganelli, da Natalia Ginzburg a Adriano Olivetti, da Allen Tate a Cristina Campo.

Come schizzare un rapido ritratto di questa caleidoscopica figura in grado di abbracciare ambiti del pensiero umano tra loro distanti rendendoli vicini?
Lo tratteggiamo attraverso gli occhi di Cristina Campo.
Perché Cristina Campo ammira Ernst Bernhard?
Le piace la capacità di Bernhard di leggere la mano (apprese la chirologia da Julius Spier), di consultare il Libro dei Mutamenti, la sua abilità nel disegnare, per ogni paziente, la Casa del cielo. Soprattutto apprezza il suo coraggio nell’andare fino in fondo. Lo considera una specie di mago, un taumaturgo.
Da lui apprende il fascino della spiritualità orientale, l’importanza dell’ozio, vitale quanto il lavoro. E il grande segreto chassidico: tutto il mondo non è che una parola nella bocca del divino.
Nella sua concezione del karma, che precede ognuno di noi e che noi dobbiamo scoprire per compiere fino in fondo la nostra vita, ritrova una figura del destino.
È da lui che impara a risolvere le questioni uscendo «per il tetto». E a leggere i sogni che visitano le sue notti agitate: messaggeri che non mentono mai.

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