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Un dramma sui rapporti di signoria e servitù, sull’esito dell’oppressione dell’indifeso.

Premessa sulla biografia del regista Roman Polanski.
Figlio di Ryszard Polanski, scultore e pittore polacco di origine ebraica, e di Bula Katz-Przedborska, una casalinga russa, nata da una famiglia ebraica. Nel 1936, a causa del crescente antisemitismo i Polanski si trasferiscono in Polonia, a Cracovia, città d’origine del padre. In seguito all’invasione nazista della Polonia, il piccolo Roman e la sua famiglia vengono rinchiusi nel ghetto della città, dal quale egli, tuttavia, riesce a fuggire. La madre è deportata nel campo di sterminio di Auschwitz, dove muore; il padre riesce invece a sopravvivere al campo di concentramento di Mauthausen.

“La morte e la fanciulla” è un film diretto da Roman Polanski nel 1994.
Tratto dall’omonimo dramma teatrale di Ariel Dorfman, è un Kammerspiel, un simulacro in cui desolazione, condizione di isolamento, umiliazione, paura, intellettualizzazione e moralizzazione costruiscono un lungo percorso di dialoghi livorosi in uno spazio dove il carnefice sovrasta e incombe sulla vittima.
I personaggi rinnovano incessantemente il trauma dell’essere senza scampo in rapporti di signoria e servitù.
Paulina è un’attivista politica della resistenza e vittima di torture sotto la passata dittatura di un Paese non specificato, probabilmente Cile o Argentina.
Il dott. Miranda è l’uomo accusato di averla stuprata e torturata quando era prigioniera.
Su tutti una presenza invisibile: l’opera “Der Tod und das Mädchen” (“La morte e la fanciulla”) di Franz Schubert. Opera in sottofondo alle torture subite da Paulina e che si fa diegesi di un trauma violento, una paura indotta che distrugge la ricettività normale della coscienza e sfalda l’ordine simbolico, ciò che consente il consueto orientamento nel mondo.
Una stupefazione che è una causa primordiale di servitù volontaria e l’esito dell’oppressione di un popolo indifeso.
In una notte di tempesta un uomo bussa alla porta di Paulina. Nella voce e nell’odore dell’ospite inatteso la donna riconosce il dott. Miranda.
Il ricordo delle torture subite scatena in lei una forma di difesa arcaica, tutti i suoi organi percettivi e sensori vengono tesi per trasformarsi in aggressore, come se tale illusione magica potesse allontanare la paura e il fantasma della frantumazione.
Ha preso un abbaglio o ha davanti a sé il suo persecutore?

È questo il dubbio sul quale si sviluppa un duello dai tratti onirici e confusi dove la legge resta immobile e diviene schiava inconsapevole.
Bene e male si perdono nella continua messa in discussione della natura dei protagonisti.
Ciò che accade ai sopravvissuti, vittime braccate, umiliate e torturate fisicamente o psicologicamente è l’esaurirsi della pulsione di affermazione che lascia penetrare le forze, i desideri e persino le caratteristiche dell’aggressore.
Paulina ha rivolto verso gli altri e verso se stessa il potere distruttivo del trauma destinato a ripetersi come spettro nella distorta retrospezione della memoria in una verità creata après-coup (a colpo avvenuto), ella si protegge persino dalla possibilità di ricevere aiuto e amore nella costante paranoica ricerca di un colpevole da punire.
Per comprendere questa sorta di suicidio simbolico occorre mettere a fuoco la colpa fantasmatica di cui si sente responsabile.

[Paulina: «A volte mi sveglio nel cuore della notte con un incubo e poi mi domando: perché non mi sono ribellata? La strada era piena di gente. C’erano tanti studenti, magari avrebbero lottato per me. lo però non urlai. Avrei dovuto, tu me lo avevi detto: se ti prendono grida il tuo nome forte. Mi chiamo Paulina mi stanno sequestrando, questo è un arresto illegale!».
Gerardo: «Ti avrebbero sparato».
Paulina: «Forse lo avrebbero fatto. Era questo il problema… che io volevo vivere. Volevo vedere il futuro. Che io volevo esserci per godermi il mio lieto fine».]

Ma la prima volta è una tragedia, la seconda una farsa.
Noi, spettatori, non sapremo mai se ciò che abbiamo visto è la realtà o se tutto avviene nella mente della vittima allorché una melodia e uno sguardo, forse quello di un uomo qualunque, risvegliano l’antica paura che genera mostri.
La sofferenza di un’anima congelata dal terrore.

Paulina chiede un riconoscimento sociale da vittima; chiede una confessione da parte di chi ha abusato di lei e l’ha resa sterile; e infine chiede il riconoscimento dell’autenticità della sua parola, della sua verità.
E la ottiene – tra le mura della sua casa o forse nella sua mente – con la confessione sotto tortura e minaccia di morte del dott. Miranda, un uomo che ha bussato, forse per caso, alla sua porta.
Il duello è disattivato?
Solo fino al prossimo sguardo.
L’assassino dell’esistenza di Paulina è la folle società. Il giusto non vuole la vendetta, desidera la sospensione del male.

Fonti:
■ “La morte e la fanciulla” (Death and the Maiden), di Roman Polanski (1994)
■ “Der Tod und das Mädchen”, Quartetto n. 14 in re minore, di Franz Schubert.
■ Gilles Deleuze, L’Immagine-movimento, Ubulibri 1984.
■ Gianluca Magi, Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura, prefazione J.-P. Fitoussi, Piano B, 2021.

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