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«Il destino di un essere umano è quello del suo desiderio: com’è il tuo desiderio, così è la tua volontà; com’è la tua volontà così il tuo agire; com’è il tuo agire, così il tuo destino». 
– B
hadāraṇyaka Upaniad 4.4.

«Nella tua pazienza è la tua anima», dicevano gli alchimisti.
L’arte ha tempo e spazio proprio.
Béla Tarr ci guida attraverso un ritmo lento fino a far scomparire la nozione di tempo e di spazio. Sei protagonista, sei l’osservatore, sei la storia stessa. Sempre allo stesso punto, ma da angolazioni diverse. Un battito di ciglia e il film è finito.

Impossibile leggere Satantango, l’esordio letterario dell’autore magiaro László Krasznahorkai da cui è tratto il film – se non nella sua versione originale ungherese – sino alla traduzione in inglese nel 2012, e solo a fine 2016 in Italia, grazie a Bompiani.
Un vuoto editoriale di trentuno anni colmato dal riadattamento cinematografico, sceneggiato dallo stesso Krasznahorkai e diretto dal connazionale Béla Tarr.
Satantango è un ritratto della condizione umana. La struttura narrativa scandita in dodici capitoli è circolare: come nel tango sei passi avanti, sei passi indietro. Inizio e fine combaciano.
E come il Tango ci parla di schiavi, emarginazione e violenza.

In Satantango ogni perfetta inquadratura, ogni piano sequenza, ogni dialogo tesse la trama di un tappeto che da un lato, con le immagini, racconta la schiavitù, dall’altro con la tecnica ci introduce alla libertà. La vera voce narrante è la musica del compositore Mihály Víg, musica diegetica ed extradiegetica che invita lo spettatore alla contemplazione. È l’apoteosi, uno stato dell’essere che l’uomo contemporaneo ha completamente smarrito, un ricordo di Misteri Eleusini, esperienza che aumenta il livello di coscienza.

Oltre i preconcetti sul valore e della qualità stessa del tempo spinge a concentrarsi sullo spazio vuoto e non solo sui punti.
Tarr dimostra che la mente è uno specchio d’acqua che non si attacca a nulla e non rifiuta nulla e che, interrompendo l’identificazione con la propria biografia, la mente può scendere nel cuore.
Non è forse vero che vediamo solo quello di cui siamo consapevoli?

«L’accidia una freddura, / ce reca senza mesura, / posta ‘n estrema paura, / co la mente alienata» Jacopone da Todi, Laudi (XIII secolo)

Satantango scende nel sottosuolo della società e ci mostra le vicissitudini di un gruppo di “superstiti” di una ex-fattoria dopo la caduta del regime comunista. Nell’avvilente routine dove tutto è indifferenza e ripetizione, i protagonisti vivono come in un infernale girone dantesco. Nel fango, sotto una pioggia greve la soddisfazione dell’odorato è punita dal fetore della terra putrida nella quale sono costretti a sprofondare. Lontani da collaborazione, amicizia e dialogo autentici, la popolazione dei superstiti è impantanata in una misera e fredda meschinità quotidiana. Abbandonati al loro destino dopo la caduta del potere centrale e abbrutiti dal lento arrendersi al decadimento vivono di bassi istinti. Tradimenti, inganni, gelosie, avarizia sono all’ordine del giorno per le monadi in cui il mondo si riflette.

Se Dio dorme nelle pietre, sogna nelle piante, si muove negli animali e si sveglia negli uomini è chiaro che in questa fattoria qualcosa è andato storto.

«Ubique sunt angustiae. Labirintum prudentia vincit» (Le insidie si annidano ovunque. La prudenza vince il labirinto) – Anonimo

L’apatia del recinto quadrato da cui i protagonisti non riescono ad evadere viene improvvisamente turbata da quello che sembra un suono di campane.
È l’annuncio di due “scuciture”: il suicidio della piccola Estike e il ritorno del carismatico ex componente della comune Irimiás, “mago” e anelato “salvatore” dato per morto e al quale gli abitanti, affetti da un nichilismo passivo, affideranno il loro destino.

«Tutto va, tutto torna indietro; eternamente ruota la ruota dell’essere. Tutto muore, tutto torna a fiorire, eternamente corre l’anno dell’essere…Tutto si diparte, tutto torna a salutarsi; eternamente fedele a se stesso rimane l’anello dell’essere… Ricurvo è il sentiero dell’eternità».
Friedrich Nietzsche – Così parlò Zarathustra, 1883

«Tutti i messia sono generalmente solo spie ordinarie» e così Irimiás, servitore di una causa più grande, manipolerà facilmente i concittadini castrati e ciechi nei confronti delle loro reali possibilità.
Riuscirà a farsi consegnare i soldi ricavati dalla vendita del bestiame – la speculazione avverrà sul tavolo da biliardo dove giace il corpo senza vita della piccola, sacrificio necessario – per realizzare un nuovo progetto sociale dove “nessuno sarà senza potere”. Una falsa prospettiva che spaccia l’assurdo per necessità.

Ma l’inganno porterà alla successiva dispersione del gruppo per mano di funzionari, militari rappresentanti di un invisibile, algoritmico potere.
Nell’attesa di una prosperità rimandata a un giorno che mai arriverà, verranno dislocati in varie città (divideranno una misera parte del loro denaro e il resto lo consegnano a Irimiás) con la funzione di “Osservatori” in un sistema che ha in se i semi antichi del vassallaggio feudale simil-apostolico tra schiavismo e capitalismo, per sondare gli umori delle comunità (forse oggi li chiameremmo influencer, gatekeeper o società della sorveglianza). Le tre famiglie troveranno impiego, una in macelleria, una nella moda, la terza nella chiesa. 
L’ultimo abitante della fattoria, il vecchio dottore, continuerà ad appuntare le storie dei suoi concittadini oramai scomparsi.
«La loro totale inerzia li consegnerà nelle mani di ciò che loro temono di più», con lo sguardo di chi conosce l’eternità e l’universo, non resta che scrivere tutto ciò che accade nell’illusione che la collezione degli avvenimenti in forma scritta possa sconfiggere l’oblio a cui siamo destinati.
Ma non saranno certo le parole scritte a rimanere, forse solo una memoria iscritta nelle stelle.

Lo dimostrano i funzionari che nel trascrivere il resoconto del messianico Irimiás, già stravolto in una prima stesura, ne censureranno gran parte delle parole, declinando il testo nel ben noto politicamente corretto.
E così che una stella si trasforma in «stupida femmina con grandi tette e dannata puttana» che poi diverrà «persona mentalmente immatura che perlopiù enfatizza la sua femminilità».

«Troppo tardi mettono giudizio i Frigi» – Livio Andronico, Il cavallo di Troia

Ed è proprio la piccola Estike il prodotto di questa neghittosità, di tale violenta, delirante e vuota società quantomai prossima a una fine tragica e silenziosa. Unica bimba del gruppo, la vedremo camminare sola, il gatto rigido – torturato e successivamente avvelenato senza rimorso – tenuto sotto il braccio, un passo trattenuto dal fango e dalla consapevolezza che non c’è un posto dove poter andare. Mentre guarda attraverso i vetri all’interno di un bar che brucia come l’inferno nessuno si accorge di lei, ciò che la sua innocenza vede è la verità, il caotico e nauseante ballo di adulti storditi dall’alcol.

«Mio padre è il mare, mia madre la terra e la mia vita è il tango. Né mare né terra che avete fatto al mare, alla terra? La mia vita è Tango»

Potrebbe essere la sopraggiunta nevrosi come ultimo baluardo di resistenza contro l’egoismo che vuole imporre la propria volontà sugli altri a spingerla lontano da tutto e tutti. Così, stanca di osservare la vita che passa, si spinge, con sguardo dapprima vitreo e assente poi folle, fino a quelle che forse sono le macerie di una chiesa, lì Estike compie l’atto iniziatico di una estrema liberazione, ancora speranzosa che in questo modo non sarà più sola: tutto ha un senso, tutto è programmato dai suoi angeli, tutto dipende da lei.
La piccola, non avendo più fiducia negli uomini, la ripone nel paradiso come gli adulti nel salvatore Irimias.
Così il debole soccombe, la purezza muore, la vita perde sacralità e l’umanità scompare. Il mondo è dei vili.

Si scoprirà alla fine che il suono di campane (le chiese sono state distrutte dalla guerra) altro non era che il fracasso di un disperato che percuotendo una sbarra di metallo ripeteva ad oltranza il profetico mantra: “Arrivano i Turchi!”.

«L’unico modo in cui lo stile Tarr può essere spiegato è attraverso l’effetto che ha sullo spettatore» – András Bálint Kovács,

Béla Tarr e il suo Dio coincide con la dignità umana, con la sacralità della vita. Non distruggere, non umiliare. Satantango richiede il tempo necessario a sentire ciò che accade, anche dentro lo spettatore, richiede tempo per rintracciare il rispetto, la sensibilità, la capacità di indignarsi e il coraggio che forse abbiamo perso.

È lo schermo nero che conclude le vicissitudini del gruppo di Satantango giunto lentamente alla disumanizzazione in una marcia di corpi vagabondi senz’anima.
Ma è solo la fine dell’ennesimo, catastrofico ciclo. Una fine che fine non è, ma che è inevitabile e naturale distruzione di un sistema troppo malato per poter essere recuperato, «saturo di parassiti senza dignità». Ma è anche una redenzione per elevarci attraverso ciò che ha causato la loro e la nostra caduta. Perché se vivi l’orrore, allora non puoi collaborare, non puoi far si che si ripeta. 
Qui finisce il tempo del sinora e inizia quello del d’ora innanzi.

László Krasznahorkai parlando di Tarr afferma:
«La verità è che egli mi onora, mi ammira, mi difende sempre. Quella era l’essenza della nostra amicizia: egli mi sosteneva mentre realizzava il film».

Tarr deciderà di concludere la sua produzione filmica con “Il cavallo di Torino” (qui la nostra recensione: https://bit.ly/3jkB8lt).
Nel maggio del 2012 Tarr annuncerà anche la chiusura della casa di produzione T.T. Filmműhely, che produsse i suoi ultimi due film ma anche opere di diversi registi ungheresi. La missione di salvare progetti «con poco spazio e senza respiro» naufraga a causa della politica culturale nazionale. Tarr si dedicherà ai ragazzi. Il suo impegno verso il futuro. E vi si dedica non insegnando, ma promuovendo e accompagnando l’emergere della loro propria unicità.
Scongiurando la paura e l’autofobia e il vuoto interiore, che ci rendono sospettosi e promuovono, in un circolo vizioso, la competizione del mors tua vita mea, la stasi evolutiva e l’accidia.

«Tuono e vento: la perseveranza. L’uomo evoluto è così saldo che non vacilla».
Il cerchio si chiude.
Tiqqun ‘olam. Ricreare il mondo.

Fonti:
• “Sátántangó” (1994) di Béla Tarr
• Gianluca Magi, 64 Enigmi, Sperling & Kupfer, 2015.
• Gianluca Magi, Il Gioco dell’Eroe. La porta dell’Immaginazione: https://bit.ly/3jkB8lt
• Link: https://bit.ly/3iCFg1h
• Link: https://bit.ly/3gpBaa2
• Link: https://bit.ly/3gpBaa2

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